domenica, 15 gennaio 2006 | in :

Quanto segue sarà pubblicato sul giornalino della mia scuola, se non vengo prima crocifisso in aula magna.

 

 

Oggi, domenica 15 gennaio 2006, Giacomo Ricciardi, studente iscritto al Liceo Ginnasio Statale “F. Maurolico”, frequentante la classe II sez. C, ha deciso di scrivere. Scrivere un articolo per quel benedetto giornalino degli studenti (no, ora si chiama giornale d’Istituto, perché ci sono i soldi dello Stato), attorno a cui per lungo tempo hanno gravitato le vicende “politiche” della scuola. Abbandonato per sempre il ruolo di candidato, finalmente torna in possesso della propria libertà di studente e della propria creatività, a lungo oppresse da doveri pseudo-istituzionali. Ma non è del giornale che intende parlare, né della politica scolastica, tantomeno dei suoi compagni studenti. Oggi Giacomo Ricciardi vuole raccontare un aneddoto leggendo il quale, egli spera, qualcuno potrebbe essere portato a riflettere.  

 Un giorno come tanti, in una scuola come tante, un’insegnante come tante entrò in classe. Con sua grande sorpresa, scoprì che gli alunni assenti si aggiravano intorno alla metà del totale. La sua mente, come uno dei più moderni e veloci computer, in una frazione di secondi seguì l’ordinaria procedura: sorpresadisapprovazionerisentimentoodiovendetta si susseguirono, come era prevedibile, con tanta rapidità che qualcuno poté giurare di aver sentito il rumore del loro passaggio attraverso la scatola cranica. Ma l’insegnante non era un tipo da cedere agli impulsi, dunque impiegò gli altrettanto ordinari dieci minuti per riacquisire il controllo di sé, dopodiché rimise in moto la macchina del cervello, che aveva spento preventivamente al fine di evitarne la deflagrazione. Ecco affiorare a questo punto un ricordo non troppo piacevole: aveva incontrato uno di quei bastardipiccolitraditoridelc*, al quale aveva domandato con aria affabile cosa ci facesse fuori dalla prigion.. ehm, dalle mura scolastiche. Quest’ultimo le aveva spiegato, con vistoso imbarazzo, che un gruppo di studio era stato organizzato a casa sua, e probabilmente buona parte della classe sarebbe stata assente a tal nobile scopo. Resasi dunque conto che i piccoli traditori di cui sopra stavano organizzandosi per *sacrilegio!* studiare qualche misero migliaio di pagine di una quindicina di semplicissime materie, non presentandosi dunque alla sua lezione, decise tuttavia di essere clemente. Era la fine del quadrimestre, in fondo avrebbe potuto benissimo tollerare un’assenza, e poi era passato molto tempo dall’ultima crocifissione in corridoio, e questa poteva essere una simpatica occasione per rinfrescare la memoria alla popolazione studentesca: ci si sarebbe divertiti tutti, fra torture psicologiche  e non, come frustate per tutti o l’esecuzione del capobanda, il più reo di tutti, pericoloso sobillatore delle masse altrimenti inerti. La brava insegnante, vestitasi dunque di autorità, mentre l’acquolina le cresceva in bocca, si dedicò all’interrogatorio preliminare esaminando i poveri compagni presenti all’appello. Come si aspettava, le risposte suonarono tutte falsissime: “G*** sta male da ieri”; “I**** è dal dentista”; “X***** è stato mangiato dal suo cane”; “W*** è sotto a rigarle la macchina”. Nessuno aveva un alibi convincente, e come se non bastasse i pochi onesti studenti della classe erano stati plagiati al punto da mentire per mascherare le immonde colpe di cui si stavano macchiando i compari. “Devo salvare queste anime quasi pie, macchiate dal peccato ma ancora recuperabili” fu il primo pensiero della versatile insegnante, che accantonò il costume da giudice laico per divenire ministro della Santa Inquisizione Mauroliciana, istituita dalla beata L.B. martire. Per portare un eretico all’abiura, questo era risaputo, bisognava interrogarlo strenuamente e senza sosta, non tralasciando la misura dei sandali di Socrate, al pari del numero di capelli che aveva in testa al tempo del processo. E al suo dovere non si sottrasse la rigorosissima insegnante, che riuscì a purificare una decina di anime nel giro di un’ora scarsa. Obbligata da doveri professionali, a malincuore abbandonò la classe, non prima di averle rivolto un’inquietante profezia: le rimanenti anime plagiate sarebbero state purificate, e per i rei che avevano osato sottrarsi al proprio dovere una pena ancor più tremenda sarebbe stata applicata: avrebbero girato nudi per l’intero edificio, portando sulla pelle della nuca (preventivamente rasata) un’incisione a fuoco: “INTERROGATO SU TUTTO IL PROGRAMMA”. Fatto ciò, la nostra eroina spiccò un balzo fuori dalla finestra e si librò in volo, con destinazione Campi Elisi.

 Come è facile notare, l’aneddoto, che si tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione, ha un chiaro intento allegorico. Un’approfondita analisi del lessico rende evidentissimo l’adattamento della storia ai tempi moderni, anche se è facile ricondurla a una datazione di gran lunga precedente. Si crede, infatti, che la caratterizzazione psicologica dell’insegnante sia di derivazione bizantina, con influenze dirette del mondo greco e di Platone stesso, che l’avrebbe adattata a Socrate in persona (ecco come si spiega l’unico nome proprio, già presente in uno dei papiri di Ossirinco). Qualcuno potrà chiedersi come abbia fatto Giacomo Ricciardi a ricevere in eredità un testo tanto prezioso, e da chi, e perché proprio lui. Queste sono domande a cui egli ha deciso di non rispondere, forte di un giuramento che è consuetudine fra gli studenti. Egli non intende neanche proporre alcuna interpretazione dell’opera sopra riportata, dunque non disturbatelo per chiedere spiegazioni, per protestare sull’uso lessicale, grammaticale o sintattico della lingua, per deriderlo: non vi ascolterà.

 E ora basta cazz*te. Questa è una storia vera.  Questa è la storia di un professore che si sente custode dell’istituzione e garante dell’immagine, di un professore che si ritiene giudice e Padre Eterno. La storia di studenti che devono avvalersi di giustificazioni cartacee per la segreteria, di raccomandazioni da parte di San Pietro per gli insegnanti. La storia di ragazzi che non ce la fanno più a sentirsi considerati bambini quando si devono infliggere delle pene, adulti quando si devono affidare responsabilità. Studenti che hanno imparato a scuola il vero funzionamento della società,  con i retroscena che ormai nessuno tenta più di nascondere: la condiscendenza è la chiave di una “convivenza” serena. Nessuno è tenuto a formarsi una cultura, tutti a compiacere i pigri ignoranti boriosi ipocriti giudici del loro avvenire. Basta un voto e sei fuori, a puttane la media, a puttane il diploma, a puttane l’università e il lavoro. Quasi quasi, è veramente meglio andarsene a puttane piuttosto che studiare. Giacomo Ricciardi ammette, con questo estremo sfogo, di non farcela davvero più. Conta di essere segnalato, punito, espulso, martirizzato. Spera solo di essere ascoltato. Valete.

 

 

 

 

MinoIlRosso @ 15/01/2006 23:54 | commenti (1)(popup) | commenti (1)